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RECENSIONE |
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Fieldmen Of Blues
Marco Ballestracci è il vanto (per alcuni l'incubo) del Nordest in blues. Scrive libri, pamphlet e recensioni a tutto spiano, trova ispirazione percorrendo fuori stagione impensate strade blu della Bassa padana e organizza eventi musicali di vasta portata. Nondimeno, sa perfettamente che se uscisse l'annuario del blues confezionato in Italia lo spazio per lui sarebbe verso pagina 357; i titoli di testa spetterebbero a dichiarati maestri come Oracle King, Max Prandi e Marco Pandolfi. Oppure ad Angelo "Leadbelly" Rossi e Claudio Bertolin, dei cui canzonieri affronta episodi di "demoni e femmine" per questo album d'esordio. Urgente, intensa, furiosa, proterva e volumetrica, "Wimmen 'n' Devils" è la fedele carta di identità artistica di Marco e dei suoi Fieldmen of Blues, una "manovalanza" reclutata e selezionata nei dintorni di Castelfranco Veneto. La più parte delle composizioni è attinta dal Gotha del blues di Chicago: Otis Rush, Howlin' Wolf, Willie Dixon. Ce n'è pure per Junior Wells, che Ballestracci ritiene, per il gusto delle pause e dei silenzi, il miglior "non suonatore" d'armonica della storia (in onore di un'annosa polemica coi troppi invasori del pentagramma e della pazienza del pubblico). Ma il modo di eseguirle ha poco a che fare con la sintassi dei vecchi eroi. Piuttosto, i Fieldmen preferiscono arrangiamenti tirati e un sound ostentatamente viscerale, slabbrato, eccessivo. È una scelta che magari creerà loro nuove ostilità negli ambienti più ossequiosi delle maniere dolci - inequivocabilmente gli alfieri del politically correct censureranno quel passaggio di 'Black Rain' che denuncia che "la mia prima moglie mi ha mollato per un meridionale" Marco, Diego, Luca, Alessandro e Massimo esprimono con coerenza la loro visione, e la sincerità sta alla radice del blues (il verismo, si badi, non è mai letterale: notti preoccupate, infestate da "Wimmen 'n' Devils" hanno ispirato intere generazioni di bluesmen anche se nessuno ha mai incontrato Mefistofele appollaiato su un paracarro della Highway 61). Una visione che odora di pub rock e di punk (attenzione, però, niente spilloni e vomito, questi suonano sul serio), si tira dietro detriti di involuto romanticismo suburbano ("The Luke" pare uscita da una out-take di Little Walter in acido) e pure quella calcolata spontaneità di "Sweet Tea", il più controverso album di Buddy Guy. Il blues dei Fieldmen è reale perché infedele alle presunte forme "pure" del genere. È fatto di architetture sonore orecchiate da un Delta del Mississippi reinventato nelle brughiere del Po e nei bassi fabbricati delle periferie del vecchio continente e testimonia la vitalità e la duttilità di una forma musicale che troppe volte è stata data per spacciata. Quanto al successo commerciale, pure a R.L. Burnside è capitato di dimostrare che la realtà è più imprevedibile della fantasia, la volta che riemerse da pagina 357 agli onori delle copertine patinate. Fieldmen Of Blues si formano nel 1991. Già nel 1992 partecipano al Calvene Blues Festival, insieme a Bella Blues Band, Big Fat Mama e Model T Boogie. Da là inanellano una serie di performances che li portano ad accompagnare band inglesi ed americane come Groundogs, Nine Below Zero, Michael Coleman Backbreakers. Dopo un primo scioglimento che porta gli elementi della band a seguire ciascuno particolari esperienze musicali, alla fine degli anni '90 la band si ricompatta. La svolta avviene nel 2003 quando si consolida il quintetto che tuttora permane. Nel 2004 appaiono al festival svizzero Vallemaggia Magic Blues come openin' di Walter Trout and The Radicals. L'anno dopo sono invitati nuovamente al Vallemaggia Magic Blues e partecipano allo svizzero Bellinzona Piazza Blues, uno dei più importanti festival europei del settore. La loro presenza viene bissata nell'edizione 2006. Contemporaneamente appaiono al Rootsway Blues and Food Festival di Parma, il più importante e influente blues festival italiano. Suonano altresì alla prima edizione del Kayman Festival di Boretto Po, primo festival interamente dedicato alle migliori blues band italiane e al Molinara Crossroads di Benevento. Suonano abitualmente nei migliori blues club dell'area italiofona: il Pasinetti di Bellinzona e il Delta Beach Lunge di Ascona, nel Canton Ticino, il Bluestage di Linarolo (Pavia) e il Bloom di Mezzago (MI). |
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Marco Ballestracci - Voce e armonica |
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Massimo Furlan - batteria |
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Luca Morosin - chitarra |
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Diego Bergamin - chitarra |
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Alessandro Lorenzoni - basso |
GIUGNO 2007 |