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ANDREA BRAIDO
<< Penso di fare sempre cose diverse>> queste sono parole di Andrea
Braido, che racchiudono tutta la sua filosofia musicale. Eroe con
Vasco Rossi nella tournee' di " Fronte del palco" e " Gli spari
sopra" Braido dopo queste bellissime avventure dedica la sua vita a
migliorare la sua già grande padronanza con le chitarre : la Frudua
di tipo stratocaster sostituita poi dalla semi acustica SHB tipo
THI_LINE "Telecaster" e la modello Braido Segnature, forse l'unico
italiano ad avere tanto onore. A Osnago Braido si presenta con un
progetto tanto ambizioso quanto coraggioso e sì perchè suonare JIMI
HENDRIX non è cosa di tutti i giorni, ne sanno qualcosa anche i suoi
due compagni di palco IAIN "SPY" AUSTIN ( al basso e voce ) e PINO
LIBERTI ( batteria) degni partner's del grande chitarrista, quindi
grande serata per cloro che conoscono le corde della chitarra e per
chi più semplicemente ama l'eterno Jimi Hendrix e sarà presente per
l'ennesimo contributo.
Biografia
tratta dal sito ufficiale di Andrea Braido
Intervista
tratta da
Rock online Italia-Versione web a cura di Michele Bugliari
Dallo stesso autore
dell'intervista:
"Se vi può interessare
l'intervista, che è da molti anni sul sito di rockonline, è stata
pubblicata la prima volta, più di 10 anni fa, sul mensile Chitarre,
che quella volta dedicò anche la copertina ad Andrea Braido.
Andrea Carpi, che all'epoca era il direttore della testata, mi disse
che la copertina dedicata a Braido, fu il frutto di una discussione
accesa in redazione, perché c'era chi sosteneva che in base alle
ricerche di mercato, la rivista vendeva di più se in copertina
c'erano chitarristi stranieri.
Carpi riuscì a far prevalere la linea Braido e tutto sommato penso
che abbia avuto ragione, visto che questa intervista si trova ancora
su internet, a testimonianza di quanto un chitarrista eccezionale
come Andrea continui ad accentrare l'interesse degli appassionati
della buona musica."
http://www.andreabraido.com - official site
Biografia
Sono nato a Trento nel 1964 del 26 giugno; inizio da autodidatta lo
studio della batteria (che suonerò sempre).
Verso i 12 anni ho incominciato sempre da autodidatta lo studio
della chitarra e del basso.
Dopo svariate esperienze locali (matrimoni,feste campestri,jazz
club) mi sono trasferito a Genova.
Da quel momento ho iniziato a suonare spesso a Milano e Genova,in
varie situazioni Jazz con A.Zanchi, C.Spata, C.Meyer e tanti altri.
Un mio amico musicista mi avvertì di una audizione di Patty Pravo
che cercava un chitarrista Hendrixiano.....mi presentai e...il posto
fu mio!!!
Dopo questa esperienza feci altre audizioni, persino per lo
Starlight Express di L.Weber, parecchi concerti anche nel ruolo di
bassista.
Nel sito ufficiale
http://www.andreabraido.com potrai
leggere di altre significative esperienze!
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Intervista
tratta da
Rock online Italia - Versione
web a cura di Michele Bulgari
"Sento di dover fare sempre delle cose diverse. Questo può
essere disorientante, in una società in cui c’è sempre il bisogno di
etichettare chi suona: questo è un rocker, questo è un jazzista...
Io penso solo in termini di musica, senza pormi il problema del
genere, ma di suonare esprimendo emozioni"
Una delle caratteristiche principali del tuo personaggio è
legata al fatto che sei uno dei pochi chitarristi di cantanti famosi
che è riuscito ad emergere per conto proprio. Eppure ci sono molti
musicisti bravissimi che rimangono nell’ombra.
Alla base di tutto c’è la personalità. C’è a chi piace fare il
gregario tutta la vita, a me no. E' una cosa che ho sempre sentito
dentro e che mi ha portato con grande fatica e sacrifici ad
esprimermi attraverso la mia musica. Questo, comunque, non mi
impedisce di continuare a lavorare anche per altri. Ho sempre messo
volentieri tutte le mie energie al servizio dei cantanti che mi
hanno chiamato. Quando suono per un artista cerco di adattarmi alla
sua musica e di dare il massimo in feeling e qualità. Ho sempre
ìmangiatoì tutta la musica possibile, senza pormi nessun limite
stilistico, da John Cage ai Weather Report, dai Deep Purple a Jimi
Hendrix... La mia conoscenza musicale la metto a disposizione di
ogni singolo cantante: questo è in fondo il mio lavoro.
Negli ultimi sei anni hai lavorato molto con Vasco Rossi a
cominciare dalla tournée di Fronte del palco fino all’ultimo cd.
Parlaci del tuo rapporto musicale con il rocker emiliano.
Vasco ha avuto la grande intelligenza di lasciarmi libero di
essere Braido in Fronte del palco, senza obbligarmi ad essere quello
che fa i pezzi di Maurizio Solieri. Questo è stato il suo merito,
dal quale ha tratto vantaggio anche lui. Infatti, ho stravolto i
suoi pezzi: li ho rispolverati. Purtroppo non è andata così con la
tournée de Gli spari sopra. In quell’occasione non ho suonato come
avrei voluto, perché c’era un altro chitarrista: mi reputo
abbastanza completo come solista e dividere il palco con un altro
per me non è il massimo.
Per il nuovo tour Vasco non ti ha chiamato ....
La cosa che più mi ha deluso è di essere stato trattato in
maniera molto fredda. Per l’ultimo disco di Rossi ho lavorato molto,
soprattutto durante la fase di pre-produzione, in cui ho suonato
chitarre, bassi e percussioni. Non mi hanno nemmeno chiamato, ho
dovuto farlo io per sentirmi dire: "Abbiamo deciso che non ci sarai,
in tournée". Dopo sei anni che si lavora insieme avrei gradito una
considerazione umana diversa soprattutto da parte di Rossi, che non
ha mai risposto ai mie messaggi telefonici. Comunque, anch’io ne ho
fatte di cotte e di crude. A causa della mia partecipazione al tour
di Zucchero [quello di Live at the Kremlin, ndr], Vasco non mi ha
chiamato per un anno. L’anno scorso ho dovuto rinunciare al concerto
di Rossi allo stadio San Siro di Milano perché ero impegnato nella
produzione del disco di Baccini. A parte questo però con Vasco ho
sempre dato il massimo. Forse Rossi avrà detto: "Braido, a volte,
anche se c’è non è disponibile" e quindi ha chiamato un altro. Dopo
Fronte del palco con Rossi ho sbagliato a non sfruttare delle
possibilità che mi venivano offerte, perché sono un’anima scatenata.
Però, per me il denaro non è tutto. Prima c’è la musica e i valori
della vita: la famiglia, i figli. Quando mi guardo allo specchio
voglio poter dire: ho fatto una cosa vera, in cui credo.
Il tuo ultimo cd è un concentrato delle tue composizioni
degli ultimi quattro anni. C’è tutta la tua personalità musicale,
che ama spaziare da un genere all’altro. Il brano "Libertà
accordata" è dedicato a Frank Zappa, un grande che usava fondere
insieme musica colta contemporanea al rhythm & blues o al rock.
Sì, il concetto è questo. Se la musica è fatta bene, la posso
apprezzare. Qualsiasi tipo di musica. Il liscio, ad esempio, non è
certo uno dei miei generi preferiti, ma se è suonato bene lo posso
apprezzare. Per quanto riguarda Zappa, il mio rapporto con la sua
musica è iniziato casualmente. A vent’anni mi hanno regalato la
cassetta del doppio Shut Up And Play Yer Guitar. Poi, mi sono
comprato tutta la serie You Can’t Do All, The Stage And More, la
serie dei sei doppi dal vivo. Suonando dietro ai suoi dischi, mi si
è aperto un nuovo orizzonte. Zappa è stata una persona molto onesta,
che ha dato la vita alla musica. Il male che ha avuto è sicuramente
una conseguenza degli stress che ha patito per fare quello che
voleva nella vita. Nel mio piccolo cercherà di portargli onore. Mi
trovo, infatti, in una situazione simile alla sua, perché per fare
la mia musica devo lottare molto. Potrei fare cose più commerciali,
ma voglio suonare quello che sento.
C’è un brano del cd Sensazioni nel tempo, che inizia con la
chitarra acustica. Il sound a molti ricorderà il Metheny del periodo
brasiliano, ma a me fa pensare soprattutto al chitarrista carioca
Toninho Horta, che ha influenzato molto il mago della chitarra
sintetizzatore per certe atmosfere.
"Esatto. Risento di tante influenze musicali, forse anche perché
sono un "sanguemisto": un po’ spagnolo (da parte di un bisnonno),
austriaco, veneto (Braido è un cognome veneto), trentino e ligure.
Il pezzo è nato pensando ai paesi caldi, al benessere e alla
tranquillità di quando sei al mare e ti godi l’acqua e il sole. Il
brano mi evoca vari viaggi che ho fatto in diversi momenti della mia
vita, tra cui uno ai Caraibi. Il sound alla Metheny-Horta però è
accostato con il mio suono distorto, una delle mie caratteristiche
principali, che si sente nel secondo tema. Questo crea un’atmosfera
diversa, che rende riconoscibile la mia firma musicale.
Hai dedicato un brano, presente nel cd Live al Vapore, a un
gigante del jazz Miles Davis (I love Miles). L’improvvisazione
jazzistica che tipo di influenza ha avuto sul tuo modo di suonare?
Fortissima. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di qualcosa
di più del fraseggio rock-blues e ho cominciato ad ascoltare i
grandi sassofonisti jazz, in particolare Charlie "Bird" Parker,
padre del be bop. "Bird" è alla base di molto del mio fraseggio:
sono molto be bop quando suono il rock. Mi ha influenzato molto
anche John Coltrane, altro gigante del jazz, di cui ho approfondito
soprattutto la musica del periodo del quartetto con Jimmy Harrison,
Elvin Jones e McCoy Tyner. Di Parker, invece, conosco quasi tutti i
temi.
Spesso hai affermato che avendo iniziato a suonare il rock
con la chitarra in modo istintivo, per te è stato duro imparare a
leggere la musica. Ma per suonare il jazz hai studiato armonia e
teoria musicale o hai usato un altro approccio?
Io sono come Venerdì, il personaggio del romanzo Robinson
Crusoe, sull’isola deserta, che dice: "Come devo fare per
imparare?". Il mio atteggiamento è stato quello di apprendere per
mezzo dell’istinto. Così, per imparare ci ho messo molti più anni di
quanti ne avrebbe impiegati uno con un percorso scolastico. Solo che
io queste cose le ho vissute, mentre uno che va a scuola vive solo
quei due o tre anni di corso e poi finisce lì. Alcuni dei più grandi
jazzisti, comunque, non hanno studiato in modo accademico. Per
quanto riguarda i chitarristi, Jeff Beck, ad esempio, è l’istinto in
persona.
A proposito, il tuo suono in "Braido Blues" dal Live al
Vapore ricorda quello di Beck in "We’re Ended As Lovers" nel duetto
con Eric Clapton, inciso nel disco live per Amnesty International,
anche per l’uso delicato del wah-wah.
Sì, lì Beck usa una Telecaster. C’è un grande legame tra noi
due, anche perché siamo entrambi del cancro. Io sono nato il 26
giugno [1964, ndr], mentre Jeff il 25. Mi sento molto affine a Beck,
perché lui ha un grande cuore. Cerco di mettere più feeling
possibile nella mia musica, trattenendo molto e dando tutto nel
momento giusto.
Parlaci delle tue chitarre.
Uso le Frudua, realizzate per l’appunto dal liutaio Galeazzo
Frudua di Imola, un professionista eccezionale.
Visto il tuo amore per il rock blues e chitarristi come Beck
ed Hendrix, come mai preferisci alle vecchie Fender Stratocaster e
Telecaster degli strumenti moderni?
Le Frudua che uso di più sono di tipo Stratocaster, la chitarra
che ho suonato per molti anni. Un’eccezione è costituita dalla
semi-acustica SHB, tipo "thin-line" Telecaster, uno strumento molto
buono. Il modello Braido Signature che mi hanno dedicato, invece, è
una super Strato con diverse possibilità in più rispetto ad una
Fender. Conservo ancora la mia vecchia Strato, ma uso le Frudua, che
mi permettono di fare cose impensabili con un vecchio strumento.
Sono chitarre molto versatili con dei preamplificatori incorporati e
la possibilità di passare dal suono single-coil al suono humbucking.
Sono grosse potenzialità che non trovi in una vecchia chitarra, che
dà anche problemi di intonazione e di ponte.
Le tue chitarre hanno tutte la tastiera "scalloped",
scavata. Infatti, le corde poggiano solo sulle barrette metalliche
dei tasti e non sul legno come succede per le altre chitarre.
Una volta che ti abitui a non avere il legno sotto le dita sei
più preciso. I bending poi li senti molto di più che con una sei
corde normale. Questa passione per i manici scavati è nata quando a
16-17 anni ho scoperto John McLaughlin. Infatti, anche le mie
acustiche sono scavate, alcune in modo pesantissimo come quelle di
McLaughlin ai tempi degli Shakti e hanno il caratteristico suono del
sitar. In seguito ho scoperto che anche le Stratocaster di Blackmore
sono scavate e nei video si vede.
E l’amplificazione?
Uso dei Marshall, l’Anniversary LM (valvolare a tre canali) e la
riedizione del combo Bluesbreaker, reso famoso da Eric Clapton. Non
rinnego i Soldano ma sono tornato ai Marshall per avere un suono più
"british". Questi ultimi sono amplificatori che se sbagli non ti
perdonano, non ti aiutano: viene fuori quello che fai realmente.
Usi corde molto sottili?
Uso le Roks .009 della De Salvo di Mogliano Veneto (Treviso), di cui
sono endorser. Sono corde molto brillanti e robuste, che resistono
ai mie attacchi selvaggi con la leva del vibrato. Sono endorser di
Frudua, Meazzi per i Marshall e New Kary per le chitarre acustiche
Washburn e classiche Ramirez. Queste sponsorizzazioni sono state
pensate molto in base alla qualità dei prodotti e anche alla
possibilità di trovarli facilmente in Italia. Con tutte queste
ditte, comunque, ho un ottimo rapporto di collaborazione.
Hai sempre suonato con le dita della mano destra o in
passato hai anche utilizzato il plettro?
Il plettro, ormai, l’ho abolito da 10 anni.
Suoni da parecchio con i musicisti veneziani Davide
Ragazzoni (batteria) e Stefano Olivato (basso): come è nata questa
collaborazione?
Davide l’ho conosciuto nell’83 in Trentino e l’affiatamento è nato
suonando per Patti Pravo. Poi si è unito a noi Stefano e abbiamo
formato il trio, con cui ho fatto tantissimi concerti. Con entrambi
c’è un ottimo rapporto di amicizia e stima personale. Se questo
disco è uscito è anche merito di Davide, perché si è dato molto da
fare.
Come mai hai scelto di realizzare Dottor Kranius con una
piccola etichetta indipendente che esiste da un anno, la Srazz di
Marghera, Venezia?
L’anno scorso abbiamo lavorato insieme per il Live al Vapore, da lì
è nata l’idea di fare il nuovo disco. Comunque, se alla Srazz
continuano a lavorare così, penso che insieme realizzeremo tanti
altri progetti. La scelta di una piccola etichetta è anche dettata
dal fatto che le multinazionali pensano soprattutto a fare dischi
commerciali. Poi nel piccolo si lavora meglio. Non escludo che la
Srazz possa crescere molto, come è successo alla Windham Hill!.
Nel comporre e nel suonare ami spaziare tra diversi generi:
ti capita mai di aver paura di fare un "minestrone" o di perderti in
un discorso musicale confuso?
Certo, passo dei momenti di crisi, in cui mi chiedo dove sto
andando. Senz’altro il genere che suono meglio è il rock-blues, però
è limitante e dopo un po’ mi stufo a fare solo quello. La mia
formazione di musicista è avvenuta attraverso le più disparate forme
musicali e per me è difficile racchiudere quello che sento in un
unico genere. Sicuramente adesso farà tre o quattro cd, ognuno in
una direzione musicale precisa, però non ci sarà un disco che
rappresenterà sempre la mia immagine. Sento di dover fare sempre
cose diverse. Questo può essere disorientante, in una società in cui
c’è sempre il bisogno di etichettare chi suona: questo è un rocker,
quello è un jazzista... Io penso solo in termini di musica, senza
pormi il problema del genere, ma di suonare esprimendo emozioni.
Insegni ancora?
No. Ho insegnato per tre anni al CPM di Milano: un’esperienza
difficile. Il fatto di essere autodidatta mi ha creato difficoltà.
In futuro forse mi limiterà a fare un video didattico, al limite
terrò dei seminari o darà dei consigli. Con alcuni allievi sono
riuscito ad entrare in sintonia e a trasmettere la mia esperienza,
ma con altri ci sono stati problemi di comunicazione. Probabilmente
per me è più semplice insegnare a chi ha già delle basi. Quindi, pur
avendo cercato di dare il meglio, per onestà mi sono ritirato, anche
se ricevo tantissime offerte .
Qualche consiglio per i giovani chitarristi?
Se tu nasci con la musica dentro, devi essere disposto ad affrontare
tutti i sacrifici che il fatto di suonare comporta. Poi è importante
coltivare l’umiltà. Ne ho visti tanti che al primo successo hanno
perso la testa e questo è sbagliato.
Michele Bugliari
Tratto da Rock online Italia - Versione web
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