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RECENSIONE |
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Jono Manson
Prima con una delle sue prime band, i WORMS, con cui ogni sera si lanciava in lunghissime (spesso fino all’alba) Jam sessions insieme a Blues Travelers, Spin Doctors e altri. Da lì parte l’avventura musicale che, in oltre venti anni, ha prodotto molti lavori di questo songwriter di razza, in perenne bilico fra folk, rock, blues e soul. C’è chi lo affianca a John Hiatt per la sua scrittura, chi a John Mellencamp, chi a Van Morrison per quella sua vena soul mai doma. Certo è che le alterne fortune discografiche di Manson non ne hanno minimamente scalfito la linea musicale, sempre fedele a se stessa. Nel corso della sua carriera Manson ha collaborato con molti esponenti della scena Rock’n’Roll statunitense, ma particolare menzione va a quella con i Blues Travelers con cui partecipa sia nel loro l’album Four sia, subito dopo, negli High Plains Drifters, progetto che comprendeva, oltre a Manson, anche tre componenti dei BT, John Popper, Chan Kinchla e Bob Sheenan. Per alcuni anni questa formazione miete concerti e consensi in ogni angolo del paese; solo la prematura scomparsa di Sheenan, avvenuta nell’agosto del 1999, ne arresta lo sviluppo. Nel frattempo Manson continua la sua carriera solista, siglando due contratti consecutivi con le major A&M (1996 – per la colonna sonora di Kingpin, commedia con Bill Murray e Woody Harrelson- un brano) e con la Warner Bros (colonna sonora di Postman con Kevin Costner, per cui scrive sei brani ed interpreta anche un ruolo nel film). Ma, come spesso avviene, artisti come Manson dimostrano di avere scarso fellling con le grandi case discografiche. Almost Home (1995) segna quindi il debutto e il congedo dalla A&M. La libertà artistica non ha prezzo e dunque, con l’italiana Club De Musique prima e con la Paradigm poi sforna due capolavori come One Horse Town (1997) e Little Big Man (1998). Nel 2001 torna alla Club de Musique con l’album Under the Stone che segna un forte ritorno del musicista alle radici del rock e del blues.
Con la medesima etichetta pubblica Gamblers, scritto a quattro mani con il chitarrista e cantante genovese Paolo Bonfanti. "Vagabondi dell'animo, all'inseguimento di un sogno un miglio oltre l'orizzonte. "Gamblers", giocatori d'azzardo, non potevano che essere Jono Manson e Paolo Bonfanti, errabondi musicisti sempre pronti al rischio e alla puntata senza calcoli e risparmio. Ebreo newyorkese lui, figlio della "little windy town" sampierdarenese Bonfanti, i due hanno unito le forze in quel di Santa Fè, a dispetto di un oceano là in mezzo. Sette i brani a firma Manson, cinque quelli a firma Bonfanti per un grande disco tra rock d'autore e suggestioni blues, con Beppe Gambetta - capitato per caso nello studio di registrazione a salutare l'amico genovese - ospite a sorpresa in un pezzo. Secca e grintosa, impasto di polvere e sole, tramonti e silenzi, l'intensa voce di Manson emoziona e trasporta. Bonfanti, sempre più convincente nella sua timbrica vocale scura e dal sapore "bluesy", sfodera scintillanti e misurate prestazioni chitarristiche, alternandosi all'elettrica, all'acustica e ad una slide (Carry us away) da incanto. Su tutti la sincopata Man with the blues, la luciferina Trip to hell, carica di quella simbologia blues cara a Robert Jonhson, la travolgente e funkeggiante Heart of the rhythm. E infine l'evocativa, struggente, tersa Hands of a gambler. Un gioiello finale per un disco che va dritto al cuore."
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