ITALIAN BLUES RIVER

RECENSIONE


BOB BROZMAN

 

Bob Brozman è un viaggiatore: nell’arco di una carriera che dura da venticinque anni ha realizzato dischi collaborando con musicisti di ogni parte del mondo, dall’India all’Australia, dalle Hawaii alla Grecia, da Cuba alla Cina ecc.
Dovrebbe essere stato da poco pubblicato “Songs of the volcano”, un cd e dvd che documenta la sua ultima esperienza in Papua Nuova Guinea; in attesa di questo lavoro che dalle nostre parti non è ancora giunto, verso la fine del 2005 la tedesca Ruf Records ha distribuito sul mercato europeo “Blues reflex”.
Il disco è un’occasione importante per capire la statura di questo artista che, come ogni viaggiatore che si rispetti, ha una profonda competenza del terreno su cui si muove. “Blues reflex” non è infatti un semplice disco a tema, in questo caso sulla musica blues: è un lavoro attraverso il quale Brozman fa capire dove ha orientato l’ago della sua bussola.
Queste tredici tracce sono un esempio di come attingere alle radici della musica per sviluppare una ricerca propria: più che lo stile specifico, dal blues Brozman ha assimilato lo spirito e il metodo di assoluta dedizione che gli permetttono di non perdere l’orientamento neanche quando lavora su accostamenti improbabili o quando si impegna a suonare, registrare e produrre tutto da sé.
Più che nei dischi precedenti, emerge qua la fedeltà di Brozman ad un principio di base, ad un’ideale radice musicale espressa attraverso l’uso di una serie di chitarre resofoniche, in particolare del modello National Tricone, sui cui il nostro è specializzato. A queste si aggiungono qualche chitarra hawaiiana e delle percussioni recuperate nei tanti viaggi, come i “Chinese temple blocks”. Solo in tre tracce Brozman è accompagnato dalla batteria di Greg Graber.
La peculiarità del musicista sta nel possedere la severa competenza di uno studioso e la vivida fantasia di un avventuriero: le sue interpretazioni sono rigorose e vivaci allo stesso tempo. Sin dall’iniziale “Dead cat on the line” è evidente come possieda un tocco ironico con cui punzecchia volentieri i capisaldi di ogni composizione. Ad affascinare non è tanto il virtuosismo tecnico, quanto la capacità di rimanere fedele alla tradizione e di essere allo stesso tempo pronto a sfuggirvi: Brozman non dà l’idea di cosa stia per fare, sembra sempre sul punto di scappare via dal blues oppure di entrarvi a capofitto. Basta ascoltare gli scatti di “Rattlesnake blues” o il lavoro compiuto sulle battute di “Death come creepin’” piuttosto che i vocalizzi stravaganti che liberano “Cypress grove blues” di Skip James per rendersi conto di un modo di suonare tanto personale quanto fondato.
Da questa vivacità Brozman ha attinto per i suoi progetti e per le sue ricerche, come continua a fare qua in un blues che sembra in procinto di lanciarsi in uno ska come “Mean world blues” o in un pezzo più meditativo come “More room at the edge”.
Alla fine risulta quanto mai azzeccata la scritta incisa sul retro della chitarra che fa da copertina a “Blues reflex”: “Pur servir la Grande Beauté”.

Articolo di: Christian Verzeletti


http://www.bobbrozman.com