ITALIAN
BLUES RIVER |
RECENSIONE |
|
MACH SHAU
I “Mach Shau” riprendono
a suonare nel 2004 raccogliendo le ceneri di un esperimento accaduto
anni prima sotto il nome di “Boomerang Kids”. La loro attitudine è
sicuramente riconducibile al punk, riscontrabile soprattutto
nell’urgenza e nell’immediatezza degli arrangiamenti, anche se il
prodotto finale risulta impreziosito da influenze che vanno dal
rock’n roll allo stoner, dal garage ai Black Rebel motorcycle club,
per un prodotto finale che si discosta dal cliché pur mantenendo
semplicità e violenza. I primi concerti vanno decisamente bene,
esaurendo rapidamente la prima demo ed ottenendo recensioni
positive, mentre il bagaglio di pezzi propri continua a crescere,
maturando nella stesura e nell’impasto sonoro. La decisione di
registrare un disco autoprodotto avviene in seguito alla vittoria
del “Brivio rock festival”, che mette in palio per i vincitori
alcune ore di registrazione in studio oltre alla fornitura di
strumentazione musicale presso lo sponsor dell’evento. Le
lavorazioni casalinghe affidate ad amici “del mestiere” ed il taglio
di costi superflui come libretti interminabili e dispendiosissimi,
permettono alla band di ottenere un ottimo disco che se da una parte
non raggiunge i livelli di perfezione di un disco ufficiale,
dall’altra non li raggiunge nemmeno in quanto a costi, che rimanendo
molto contenuti permettono ai Mach Shau di raggiungere l’obbiettivo
principale: diffondere il più possibile la loro musica. Sarà proprio
questo il proposito principe che guiderà le attività future degli
Shau, che cominceranno a lavorare sodo senza aspettare l’avvento di
un’etichetta o di un’agenzia, fermo restando il fatto che una mano
risulterebbe molto gradita…
Formazione:
1. Luca Viganò - Voce, Chitarra 2. Nicola Beretta - Voce, Chitarra 3. Marco Zampieri - Batteria 4. Gabriele Galbusera - Basso, Voce
da Rockit: "Scorre benissimo questo cd dei lecchesi Mach Shau, con una decina di canzoni violente che farebbero la felicità dei The Hives, grezzi e irriverenti al punto giusto, fatti di quel bollente rock’n’roll Seventies figlio di Iggy Pop e Rolling Stones che piaceva tanto tanto a quel nostro amichetto di Escondido. “L. E. Coopters” dimostra invece cosa avrebbero saputo fare i Beatles se fossero nati a Boston invece che a Liverpool. Lo strano connubio, Lennon/McCartney più Stoogesfunziona benissimo. E così si va avanti con un tiro pazzesco, cui giova il fatto che il demo in oggetto sia pressoché casalingo e rifugga da suoni raffinati. Suono garage con affioramenti stoner e punk qua e là, illustrato benissimo dalla copertina che, se non erro, ritrae una scena di “Faster, Faster, Pussycats!” del benemerito Russ Meyer [...]" Renzo Stefanel |